Archeologia del futuro

Archeologia del futuro è un progetto di ricerca artistica che nasce dall’incontro tra fotografia e archeologia e si sviluppa all’interno della Valle del Belìce, un territorio profondamente segnato da eventi di distruzione, trasformazione e ricostruzione. Attraverso immagini, raccolte di materiali, interventi grafici e dispositivi archivistici, il progetto indaga il modo in cui le comunità costruiscono la memoria dei luoghi e il rapporto tra ciò che viene conservato, ciò che viene trasformato e ciò che rischia di essere dimenticato.
La ricerca prende forma a partire da un metodo derivato dalla pratica archeologica. Ricognizione sul campo, osservazione, raccolta di materiali, classificazione e costruzione di un archivio diventano strumenti per interrogare il presente con lo stesso atteggiamento con cui si osservano le tracce del passato. L’archeologia viene così sottratta al solo ambito scientifico per diventare un dispositivo critico e poetico attraverso cui leggere il paesaggio contemporaneo.
Nel corso delle ricognizioni tra Gibellina Nuova e l’antica Entella sono stati raccolti frammenti ceramici privi di valore storico, scarti cementizi, elementi metallici e tracce materiali delle trasformazioni antropiche del territorio. Osservati attraverso uno sguardo archeologico, questi oggetti cessano di essere semplici residui e diventano testimonianze capaci di raccontare i processi culturali, sociali e urbanistici che modellano il presente. Trattarli come reperti significa riconoscere che anche la contemporaneità produce stratificazioni, memorie e forme di eredità materiale.
A questi materiali si affianca un secondo livello di indagine: l’utilizzo di reperti archeologici provenienti da Entella, sui quali sono stati realizzati interventi grafici che li mettono in relazione diretta con gli oggetti raccolti durante la ricognizione. Attraverso questo processo vengono costruite equivalenze visive e concettuali tra materiali appartenenti a epoche differenti, sospendendo la distanza temporale che separa antico e contemporaneo.
Al centro del progetto vi è il dialogo tra Entella e Gibellina, due luoghi apparentemente lontani ma accomunati da dinamiche storiche analoghe. Entrambe le città sono state segnate da eventi traumatici che ne hanno determinato la distruzione e una successiva rifondazione. Entella, antica città di origine elima, dopo le guerre che interessarono la Sicilia antica conosce profonde trasformazioni urbanistiche e culturali; Gibellina, distrutta dal terremoto del 1968, viene ricostruita in un altro luogo secondo una visione radicalmente nuova della città.
Le fonti archeologiche mostrano come, nel caso di Entella, siano stati introdotti modelli urbanistici riconducibili alla cultura greca nonostante l’origine elima dell’insediamento. Analogamente, la nuova Gibellina è stata progettata attraverso linguaggi architettonici e urbanistici che si discostano dalla tradizione storica dei centri del Belìce. In entrambi i casi la ricostruzione non coincide con il semplice recupero di ciò che è stato perduto, ma con la costruzione di una nuova identità culturale e simbolica.
Archeologia del futuro mette in relazione questi due processi per immaginare una sorta di terza città: un luogo ideale, inesistente ma possibile, nel quale confluiscono le storie, le fratture, le continuità e le trasformazioni che hanno attraversato la Valle del Belìce. Per questa ragione, all’interno del progetto, i toponimi e le cause specifiche di distruzione vengono spesso sospesi o rimossi, permettendo ai racconti di sovrapporsi e di fondersi in una narrazione più ampia che riguarda il rapporto tra comunità, territorio e memoria.
Il titolo del progetto nasce durante un confronto con la curatrice Cristina Costanzo nell’ambito della mostra Visioni Oblique. In quell’occasione emerge la definizione di “archeologia del futuro” utilizzata da Alberto Burri in relazione al Grande Cretto. Più che un omaggio diretto all’opera di Burri, questa espressione diventa una chiave interpretativa capace di sintetizzare una riflessione già presente nella ricerca: osservare il presente come se fosse il passato di qualcuno e interrogarsi su quali tracce la nostra epoca lascerà alle generazioni future.
In questa prospettiva, le architetture della ricostruzione, gli scarti, gli oggetti quotidiani, le infrastrutture e le trasformazioni del paesaggio diventano testimonianze che un futuro archeologo potrebbe utilizzare per comprendere il nostro tempo. Il progetto si configura quindi come una riflessione sul presente osservato da una distanza immaginaria, in cui ogni elemento può assumere il valore di un reperto.
Un ruolo centrale è occupato dal paesaggio e dai processi naturali che lo attraversano. La vegetazione che cresce tra le rovine, spesso interpretata come segno di abbandono, viene osservata come una forza attiva di trasformazione e risignificazione. Le piante non cancellano necessariamente la memoria dei luoghi, ma partecipano alla sua continua riscrittura. Il paesaggio viene quindi inteso come un organismo dinamico, prodotto dall’interazione costante tra esseri umani, altre specie, processi naturali e stratificazioni storiche.
La ricerca è alimentata anche da una relazione personale con la Valle del Belìce. Alle esperienze maturate attraverso le ricognizioni archeologiche nel territorio di Contessa Entellina e gli scavi sulla Rocca d’Entella si affianca una memoria più intima, costruita attraverso i racconti, le immagini e le testimonianze che hanno accompagnato la crescita dell’autrice. La conoscenza scientifica e l’esperienza affettiva si intrecciano così in uno sguardo che considera il territorio non soltanto come oggetto di studio, ma come spazio vissuto, attraversato e continuamente reinterpretato.
Anche la forma dell’opera riflette questi principi. Archeologia del futuro si presenta come una pubblicazione-installazione contenuta all’interno di una cassetta di legno, oggetto tradizionalmente utilizzato negli scavi archeologici, nei musei e nei depositi per conservare e trasportare i reperti. I fogli sciolti contenuti al suo interno richiamano le pratiche di documentazione e schedatura proprie della disciplina archeologica. La rinuncia alla rilegatura tradizionale trasforma il fruitore in un soggetto attivo, chiamato a manipolare, ordinare e mettere in relazione i materiali, costruendo ogni volta un percorso di lettura diverso. L’opera assume così la forma di un archivio aperto, di uno scavo in continua evoluzione più che di un racconto concluso.
Più che documentare un territorio, Archeologia del futuro propone un esercizio di immaginazione critica sul tempo. Attraverso il dialogo tra archeologia e fotografia, tra rovine antiche e contemporanee, tra memoria e trasformazione, il progetto invita a interrogarsi su quali tracce scegliamo di conservare, quali lasciamo scomparire e quali significati attribuiamo ai luoghi che abitiamo.

(2021)

Progetto fotografico realizzato per il progetto collettivo Visioni Oblique. Libri d’artista, libri oggetto, fototesti per il Belìce, a cura di Cristina Costanzo.

2023 / pubblicazione | il progetto e una selezione delle fotografie sono nel saggio di C. Costanzo, L’isola contemporanea. Artisti, paesaggi , collezioni dal secondo Ottocento a oggi, ed. Palermo University Press
2023 / conversazione | Belìce Art Book Festival, a cura di Rete Museale Belìcina | in dialogo con Enzo Fiammetta
2023 / pubblicazione | Visioni Oblique. Libri d’artista, libri oggetto, fototesti per il Belìce, a cura di Cristina Costanzo, Palermo | catalogo mostre, ed. Palermo University Press — Artes
2022 / mostra collettiva | Visioni Oblique. Libri d’artista, libri oggetto, fototesti per il Belìce, a cura di Cristina Costanzo | Museo delle Trame mediterranee — Gibellina
2022 / pubblicazione | il progetto e una selezione delle fotografie parte di questo progetto sono nel saggio di C. Costanzo, Gibellina. Memoria e utopia. Un percorso d’arte ambientale, ed. Marsilio
2021 / mostra collettiva | Visioni Oblique. Libri d’artista, libri oggetto, fototesti per il Belìce, a cura di Cristina Costanzo | Église — Palermo