Archeologia del futuro

Archeologia del futuro
Cristina Costanzo

L’indagine in forma di fototesto che Iole Carollo dedica alla Valle del Belìce si radica con forza nella sua ricerca artistica per svariate ragioni, che vanno dai motivi di studio all’interesse per i paesaggi e le archeologie di quei luoghi. Archeologia del futuro è un itinerario battuto con l’approccio scientifico della studiosa, gli strumenti dell’archeologo, il medium della fotografia e lo sguardo dell’artista; il punctum è la traccia di quello che è andato distrutto ma non abbiamo perduto.
Invitato da Ludovico Corrao a contribuire alla ricostruzione postsismica di Gibellina, Alberto Burri realizza il Grande Cretto e si esprime nei termini di Archeologia del futuro in riferimento al suo celebre sudario contemporaneo che ricalca l’antico percorso della città distrutta. Come riportato da Corrao: «“La luce al tramonto taglia ombre dure sui gradini del teatro greco di Segesta”: questa visione, mi confidò Burri, fu la scintilla che fece scattare la sua idea di costruire il Cretto. Ebbe quindi la necessità di stabilire un filo storico tra Segesta e Selinunte e una pagina di storia, che sembrerebbe storia di emarginati ma che attraverso le opere d’arte diventa la storia del riscatto. Il teatro di Segesta da un lato, il residuo glorioso dell’oblio dall’altro. L’oblio del terremoto a Gibellina e il suo teatro nello stesso Cretto di Burri». La medesima lettura di Burri è condivisa da una compagine nutrita di artisti e architetti attivi a Gibellina che — da Ignazio Moncada a Nanda Vigo, da Francesco Venezia a Giuseppe Uncini, da Paolo Schiavocampo a Igino Legnaghi, da Mirko Basaldella a Costas Varotsos — si fanno portavoce di questo dialogo ininterrotto fra futuro e archeologia, affidato a un lessico originalissimo che ricorre al mito, al primitivo e all’archetipico.
Archeologia del futuro di Iole Carollo è un omaggio anticonvenzionale alle autrici e agli autori che hanno combattuto l’oblio provocato dalla distruzione con il continuo dialogo tra passato e futuro ma è anche l’espressione che rende al meglio l’urgenza contemporanea di mantenere legami antichi e stringerne di nuovi coniugando — forse inconsapevolmente per l’artista — vocazioni quali l’archeologia, la fotografia e il contemporaneo.
Iole Carollo è un’archeologa e la sua formazione emerge con esiti felicissimi già in Portraits, libro/fanzine basato sui suoi scatti fotografici delle statue del Museo Archeologico Regionale “Antonino Salinas” di Palermo, divenuti essi stessi opera d’arte. L’archeologia come passione/ossessione ritorna nel suo più recente lavoro, che è un cortocircuito fra due approcci solo apparentemente distanti. Nella visione di Iole Carollo l’antico e il contemporaneo sembrano infatti rincorrersi fra reperti archeologici e linguaggi innovativi in una valle che prima del terremoto del 1968 aveva già conosciuto la ricostruzione. L’artista sceglie infatti di sviluppare un confronto con Entella, un antico centro elimo precocemente ellenizzato che, a ridosso della prima guerra punica, è stato interessato da una guerra contro i Cartaginesi.
Archeologia del futuro prende dunque le mosse da una ricognizione archeologica tra la Rocca di Entella e Gibellina. Questo percorso evoca con grande sensibilità le fasi iniziali di uno scavo come una mappatura paesaggistico-sentimentale dell’area tra Palermo e Sciacca, comprendente Poggioreale nuova, Salaparuta vecchia, Monte Finestrelle, Santa Ninfa e segnata dal fiume Belìce, che si snoda tra le città vecchie e nuove della Valle, metafora di una condizione esistenziale capace di travalicare tempi e confini. I testi selezionati dall’artista includono Guy de Maupassant e Parrinello, Guidoboni e Sciascia e offrono una panoramica multidisciplinare su questi temi complessi formando un insieme composito di voci sulla disfatta dovuta alle catastrofi naturali e alle guerre. Nel suo viaggio l’artista è mossa dalla volontà di trattare come un reperto sia il vecchio sia il nuovo e di proporre un’inedita toponomastica dei luoghi in cui non trovano spazio parole come “guerra”, “sisma” e “terremoto”. La scelta di cancellare i toponimi corrisponde infatti al disegno dell’autrice di accorciare le distanze cronologiche fra luoghi geograficamente vicini nonché affini per il destino analogo che li ha accomunati a distanza di secoli. Attraverso schedature puntuali e ricerche d’archivio meticolose, Iole Carollo dedica ampio spazio alle opere ambientali contemporanee ponendole a confronto con i reperti provenienti da Entella. Ne scaturisce una ricognizione inusuale, in cui si alternano la lettura delle opere antiche e la lettura di quelle del XX secolo ma anche lo studio, tradotto in fotografia, dei più disparati reperti contemporanei rinvenuti in superficie dalla nostra artista/archeologa/fotografa.
Nella cultura visuale di Iole Carollo l’archivio non si impone soltanto come approccio metodologico di ricerca ma anche come fonte di immagini (fotografie d’epoca, cartoline, ritagli di giornale), capace di orientare la visione dell’artista verso scoperte sempre nuove. C’è spazio per le cronache del tempo passato (i reperti archeologici) e di quello futuro (i flussi migratori e le manifestazioni di protesta ma anche gli atti di solidarietà), che sembrano quasi affiancarsi in questo confronto tra realtà emblematiche della dialettica utopia/distopia.
In nome delle manifestazioni di solidarietà registratesi in seguito alle sfortunate vicende di Entella e Gibellina convivono, per esempio, le narrazioni delle tavolette bronzee note come Decreti di Entella (oggi al Museo Salinas) e gli appelli di Danilo Dolci. Grazie a Iole Carollo l’opera di Mirko collocata nel Nuovo Cimitero di Gibellina, una riproduzione del Sarcofago degli Sposi del Museo etrusco di Villa Giulia a Roma, dialoga idealmente con la Necropoli di Entella; Gibellina con il suo approccio scenografico urbano e il Teatro di Consagra evoca il teatro menzionato dai Decreti di Entella; le smisurate piazze della città nuova richiamano l’agorà antica; il materiale tradizionale della ceramica, traccia di un culto ctonio, rivive negli interventi di Ignazio Moncada ma anche di Carla Accardi e, ancora, la migrazione emerge come condanna di tutte le epoche e monito per l’attualità.
Iole Carollo unisce foto e testi sulle possibilità di sopravvivenza alla distruzione, opere antiche e opere nuove, azioni e pensieri di uomini e donne di tutti i tempi e interviene sulle immagini facendo risaltare i dettagli, come le baracche e le rose calpestate, che meritano di uscire dall’anonimato. L’artista scava nella memoria creando relazioni e rendendo visibile ciò che ha cessato di esserlo per connettere, ancora una volta, archeologia e futuro.

(2021)

mostra 2021, Visioni Oblique. Libri d’artista, libri oggetto, fototesti per il Belìce, a cura di Cristina Costanzo, Église, Palermo.