“Storie a vista” è un progetto fotografico corale, nato da una prima fase sviluppata in collaborazione con il Dipartimento Culture e Società, con la prof.ssa Cristina Costanzo che ha organizzato nel 2024 una serie di workshop e incontri con artiste visive per il PRIN 2020 “FOTOTESTI. Retoriche, poetiche e aspetti cognitivi”. Ma “Storie a vista” per me è destinato a evolversi come progetto personale. Al centro di questo percorso si trova l’esplorazione del legame tra memoria, eredità e narrazione visiva, attraverso l’uso della fotografia. Ogni partecipante è stato invitato a raccontare una propria storia, scegliendo un oggetto significativo e rappresentandolo in due contesti: uno quotidiano e uno astratto.
Attualmente in corso di sviluppo, il progetto nella sua realizzazione si articola in due fasi: una teorica, che indaga il significato del passato e degli oggetti che lo rappresentano, e una pratica, dove le immagini vengono piegate, reinterpretate e condivise in un dialogo creativo tra fotografia e scrittura. Il risultato sarà un libro unico, in cui le fotografie e le parole si intrecciano per dar vita a narrazioni personali che diventano collettive.
Questo progetto rappresenta un lavoro di ricerca continua, dove la fotografia diventa un mezzo per riconnettere il passato con il presente e per riflettere sulle storie che attraversano la nostra vita.
Judith Schalansky nel libro, edito in Italia da Nottetempo, “Inventario di alcune cose perdute” tratta dell’equilibrio tra presenza e assenza, tra ciò che c’è e quel che non esiste più: si parte dall’isola di Tuanaki, indicata nelle mappe cartografiche ma ormai sott’acqua, passando dalle lacune dei carmi amorosi di Saffo, e si giunge ai disegni della luna di Kinau. Dodici storie, dodici capitoli aperti da un’immagine stampata con inchiostro nero su carta scura, visibile solo alla luce, il cui soggetto è trattato nel capitolo che apre, si tratta di creature e di oggetti, mobili o immobili, che sono andati perduti, che sono stati dimenticati o distrutti intenzionalmente. A eccezione del capitolo aperto dal Palazzo della Repubblica di Berlino, in cui l’autrice parla della sua storia familiare, della separazione dei genitori.
I progetti artistici che nascono dal recupero di vecchie fotografie o di tracce del passato creano una sorta di corto circuito nella vita di questi oggetti, tornano in qualche modo alla vita e il loro significato si rinnova, per quanto tempo e spazio si possano disgregare, lavorare sulle tracce del passato —anche prossimo— permette di riscattarsi, di salvarsi e salvare quello che è stato e di poter meglio comprendere quel che sarà. Gli oggetti che appartengono al quotidiano sono percepiti come metonimie delle persone cui sono appartenute, diventano testimoni muti di quel che erano e di ciò che potremmo essere noi, degli accadimenti globali e individuali. Quanto sopra scritto diventa ancora più forte quando il medium è la fotografia:
«Le fotografie sono relitti del passato, tracce di ciò che è avvenuto. Se i viventi prendessero su di sé il passato, se il passato diventasse parte integrante del processo attraverso cui le persone fanno la propria storia allora tutte le fotografie acquisterebbero un contesto vivo continuerebbero ad esistere nel tempo invece di essere momenti congelati».
[John Berger, Sul guardare, 2017]




Partendo dalla pratica messa in atto dalla Schalansky, l’intento di “Storie a vista” è quello di creare un piccolo archivio di immagini e parole in cui l’oggetto appartenente al singolo diventa patrimonio del gruppo. Gli elementi creati durante il percorso diventeranno parte integrante di un libro autoprodotto dall’autrice.
Il progetto si sviluppa attraverso il workshop, tenuto gratuitamente, che comprende due fasi, l’una teorica (illuminare il passato attraverso l’obiettivo) e l’altra pratica (piegare, interpretare, narrare). Nella fase teorica del workshop, si analizza il significato dietro la conservazione e la trasmissione degli oggetti nel tempo, esplorando il legame tra memoria, eredità e narrazione visiva. Durante questo percorso, si esplorano alcuni progetti significativi che hanno trasformato la pratica della conservazione visiva: sono presentati esempi di archivi, sia individuali che collettivi, che hanno preservato la storia attraverso l’uso creativo di fotografie e oggetti del passato.
Ogni partecipante è invitato a produrre l’immagine di un oggetto significativo (mobile o immobile) dal proprio quotidiano che sia parte dell’archivio familiare, quale ricordo di chi o di ciò che non esiste più, o che abbia un significato per il singolo (il primo acquisto, un souvenir di un luogo amato, un luogo, ecc.), ma devono essere scattate due differenti fotografie, l’una che presenta l’oggetto scelto nel suo contesto, dove è conservato/preservato/custodito, l’altra deve presentare lo stesso decontestualizzato. Successivamente, durante l’incontro le immagini vengono piegate in modo creativo e riposte in una scatola. Ogni partecipante sceglie poi un’immagine a caso dalla scatola, la descrive e, una volta restituita al proprietario, quest’ultimo è invitato a spiegare il motivo della scelta e si prova anche a riflettere sul processo di piegatura.

